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Una storia di franciacorta, rum, limoni e un inaspettato rock’n’roll.

Un bel po’ di anni fa ci reclutarono per suonare a una cena privata in un locale specializzato in vini e leccornie varie. A dire il vero formammo la band lì per lì, proprio per suonare a questo evento. La paga era più che buona: argomento più che sufficiente per darsi da fare.

I commensali erano mobilieri con le loro famiglie, morose, amanti, e la cena, a quanto avevo intuito, era una sorta di festeggiamento in cui celebrare il Natale e soprattutto il “nero” incassato in quell’anno di grande raccolta.

La bevanda base della serata consisteva in un Franciacorta Monterossa e poi, a salire, champagne di due o tre cantine di cui ricordo “Selosse”.

Andammo in trio, senza preoccuparci di selezionare il repertorio. Non l’avevamo mai fatto prima e non trovammo il motivo per farlo allora.

Le cover che suonavamo di solito le avevamo prese dai repertori di Dylan, Reed, Cave, Waits…robe del genere, insomma. Niente roba latina, né tantomeno disco.

Dopo il sound-check, durato forse 8 minuti, ci invitarono a mangiare. Stavano entrando i primi commensali e noi dovevamo essere pronti durante la loro cena.

Solitamente, nei locali in cui la musica live non è propriamente al all’apice dei pensieri dei gestori, e cioè nella stragrande maggioranza dei locali, ai musicisti vengono offerti toast, panini, olive ascolane, patatine, pizzette e altre minchiate del genere. Tutta roba che favorisce la stitichezza e la scarsa lucentezza della pelle. Quella volta però non andò così. Come entrée ci servirono un vassoio in cui erano stesi una trentina di scampi crudi freschissimi e una bottiglia di Monterossa. Seguirono altre prelibatezze che non ricordo e almeno altre due bottiglie di franciacorta. Eravamo in quattro.

Il concerto iniziò davvero sottotono. Noi almeno eravamo sottotono, e a quanto ricordo anche il pubblico non era un granché partecipativo.

In pratica si facevano i cazzi loro, mentre noi intonavamo “Love sick” del vecchio Dylan.

Eravamo veramente ubriachi. Il pubblico non ancora.

Mentre cantavo, mi perdevo a osservare gli industriali e le loro signore, impegnate, senza riuscire nell’intento, a sembrare qualcosa che non ricordasse la vita contadina della nostra terra. Si trattava di gente che aveva dato vita al famigerato “Miracolo del Nord-est”, per poi seppellirlo sotto a una montagna di villette, suv, cocaina, troie, scampi crudi e champagne. Ma questa è un’altra storia.

Sta di fatto che dentro a quel posto, la temperatura salì di pari passo alle bottiglie vuote che i camerieri, sempre più indaffarati, portavano via dai tavoli.

I capifamiglia iniziarono ad alzare la voce e a fare scherzose battute ai colleghi degli altri tavoli a proposito di fantomatiche fatture, visite della Finanza, operai in malattia e altre amenità che allietano e soprattutto rafforzano l’autostima di quel tipo di persone, e le signore, con le guanciotte ormai paonazze, rivelavano liberamente la loro natura agreste, lasciandosi andare in evoluzioni dialettali a noi incomprensibili.

Il posto in cui avevamo montato gli strumenti misurava poco più di due metri quadrati. Batteria compresa. Avevamo le spalle al muro e i tavoli degli ospiti erano a non più di 15 cm da noi. Ricordo che il chitarrista dovette piazzare il manico della sua chitarra dietro alla mia nuca, facendo attenzione a non darmi palettate sulla testa.

L’evoluzione del grado alcolico fu anche motivo di attenzione nei nostri confronti. Prima del vino nessuno ci cagava. Dopo il vino iniziarono a fioccare le richieste. Tutta roba di cui ignoravamo l’esistenza e che probabilmente quella gente sentiva dalle radio commerciali. Noi proseguivamo per la nostra strada, i commensali invece no: volevano altra musica.

In particolare un tipo sui trenta di fianco a noi, con la camicia di due misure più stretta e collettata hard ( colletto altissimo, tipo uomo istituzionale del ‘700), con una morosa più giovane di lui di almeno 5 anni, piuttosto carina, visibilmente imbarazzata dalla sua insistenza, ci chiedeva di cambiare musica perché la nostra non gli piaceva affatto.

Mi venne un’idea. So che la musica latina piace a quel tipo di persone, e io conoscevo “Chan chan” di Compay Segundo, l’unica famosa di quel genere. La suonammo almeno 7/8 volte, inframmezzandola con qualche rock’n’roll di cui mi inventavo le parole.

Devo riconoscere che suonare per la gente “semplice”, a volte può essere molto divertente e anche remunerativo.

L’atmosfera si infiammò al punto che a qualcuno passò per la testa di ordinare una cassa di rum. Non scherzo. Una cassa di rum bell’e fatta! Di quelle in legno, contenente sei o otto bottiglie di Zacapa Centenario. Roba da cento sacchi a boccia, o su di lì.

Noi ne bevemmo una intera. Ce la diedero proprio a noi. Una bottiglia intonsa. “Tegnè qua. Bevè! Senò a cantar sensa bevar risciè de morir de sè “ che tradotta suona circa così: “Tenete questa bottiglia. Bevete! Altrimenti a cantare senza bere, rischiate di morire di sete”.

Tutta quella roba, sommata al vino della cena, innescò una bomba la cui sicura fu tolta di lì a poco dal batterista.

Durante l’ennesima versione di “Chan chan”, d’improvviso, senza che nessuno di noi si fosse esibito in chissà quale virtuosismo, il pubblico iniziò a urlare furiosamente. Come quando arriva il gol della vittoria a due minuti dal termine della finale.

I maschi si erano già annodati da tempo il tovagliolo attorno alla testa come fosse una bandana, e le signore…le signore…Cristo! Le signore si alzarono in piedi, sculettando e urlando, mentre roteando i tovaglioli sopra le loro teste come fossero dei lazos.

Dal mio punto di vista, non riuscivo assolutamente a capire il perché di quell’improvviso trasbordante entusiasmo, finché non guardai alle mie spalle, punto in cui intuii che stava succedendo qualcosa.

Vidi il batterista in piedi sopra il suo seggiolino, con i pantaloni e le mutande abbassate alle caviglie, le braccia protese verso il soffitto con le bacchette strette nelle mani, come fossero antenne riceventi tutta la follia che gira per il mondo.

Stava roteando il bacino, proprio come Elvis, e lo faceva con uno scopo ben preciso: far roteare il suo cazzo come un’elica.

Ecco il rock’n’roll, pensai.

La serata continuò alla grande. Il batterista limonò duro con la ragazza del tipo con la camicia dal grande colletto proprio in mezzo alla sala, in piedi, coprendo con un sacchetto di carta, di quelli eleganti in cui si mettono le scarpe costose – servito quella sera per dei regali costosissimi che i presenti si scambiarono a un certo punto – la sua testa e quella della ragazza, che non oppose resistenza, forse a causa dell’alcool o magari per lo spettacolino dell’elica cazzuta, e si abbandonò lasciva al limone. Il fidanzato, ubriaco, discuteva di lavoro a un tavolo in cui da ubriachi discutevano di lavoro.

Fu una bella serata. Giungemmo a casa sani e salvi, cosa che a quei tempi non era così scontata.

Ricky Bizzarro