comunicati stampa

GIORGIO CANALI A PROPOSITO DEI RADIOFIERA

Radiofiera per me era “quasi” solo un nome, sentito tante volte negli anni, incrociato tante altre nei manifesti di concerti del giorno dopo o della settimana prima, nei posti dove mi trovavo a suonare, con uno dei tanti progetti che, nel tempo, mi hanno coinvolto. Poi la mia strada si è intrecciata, qualche anno fa, con quella di Steve DalCol, chitarra di Frigidaire Tango, gruppo mitico della new wave italiana dei primi '80, per collaborazioni sempre più frequenti e molteplici. Steve è anche una delle colonne portanti di Radiofiera, è così che finalmente, dopo tanto tempo, questo nome, mille volte udito o letto, si è trasformato in note, accordi, parole e persone fisiche.

Musicalmente Radiofiera mi fanno sentire a casa, mi piace quell'atmosfera tra il rock e il folk, tipica di tanti songwriter americani che ascolto sempre volentieri, Young, Springsten, Lanegan... Le parole di Ricky Bizzarro mi piacciono, mi piace la sua capacità di rendere con metrica fluida concetti tutt'altro che banali, mi piace quando Ricky scrive nel suo idioma: il veneto di Treviso, una lingua che, come tutti i dialetti, se la scrivi su carta, non rende come quando la senti e basta; le parole filano via, evocando immagini nitide anche se qualcosa , non essendo padrone della “lingua”, in qua e là, ti sfugge. Quando mi è stato proposto di occuparmi della produzione artistica del nuovo album di Radiofiera, composto quasi interamente in trevigiano, non ho potuto che rispondere :”Claro que sì”...

Per evitare i facili apparentamenti con altre realta assimilabili (l'uso del dialetto è spesso legato a doppio filo alle sonorità del folk) abbiamo cercato di esasperare il lato elettrico della banda, chitarre, bassi e batterie fortemente immerse nei suoni saturi del rock più sgarrato, più simile, per fare un esempio facilmente comprensibile, al Neil Young degli album con i Crazy Horse che a quello di “Harvest”. Il risultato: nove canzoni in “diaèto” e una in italiano, un viaggio fra ballate dense e complesse e altre più essenziali e minimali, senza scordarsi 30 anni di rock violento e di spirito punk che, per motivi d'anagrafe, sono entrambi nella nostra cultura.

Quando poi si è trattato di decidere in che modo immettere questo “prodotto” sul mercato, è stato più che naturale decidere di scegliere la via dell'autoproduzione, metodo tipico del circuito indie, rispolverando “Psicolabel” un marchio che negli anni ottanta avevo creato per veicolare le creazioni mie e di pochi altri amici. Psicolabel riapre i battenti con gli stessi intenti di 30 anni fa: essere un modo di divulgazione, al di là dei generi e degli stili, delle idee di persone che abbiano, prima di tutto, un rapporto di amicizia e di stima reciproca.
Atinpùri di Radiofiera è il primo capitolo di una nuova storia. (Giorgio Canali)


ATINPURI - IL TITOLO

Atinpùri = “Atti impuri”

…“Atinpùri! Per la prima comunione che si faceva in chiesa a sette anni, ci vestivano da marinaretti; e le bambine in bianco. Quando venne il mio turno e dovetti andarmi a confessare per la prima volta, mi era ben chiaro che dovevo confessarmi anche delle brutte cose, anni e anni, una vita intera di brutte cose: ma come, con che parole? Me lo insegnò la Norma….mi confidò la formula con cui ci si confessa. La imparai bene a memoria e a suo tempo la ripetei al prete: “Atinpùri”.
Agli adulti e ai preti il gioco creduto segreto era notissimo; ma lo chiamavano così.” …
(Tratto da “Libera nos a Malo” di Luigi Meneghello)

Atinpùri” è un termine inventato dallo scrittore vicentino Luigi Meneghello nel suo libro “Libera nos a Malo”. Uno scritto potente e straordinario in cui l‘autore, raccontando i preti che mettevano in guardia i bambini contro gli atti impuri, ne rievoca il puro suono dialettale e antico, “atinpùri”, come lo spettro di un’infanzia dura e penitente. Un suono che si fatica a decifrare, che potrebbe essere il nome di una divinità Inca o Atzeca o la chiusura solenne di una formula magica che serve a guarire le febbri o evocare qualche oscuro demone.
Atinpùri” è il peccato evocato dal 6° comandamento e il 6° album di inediti dei Radiofiera.

“Atinpùri” è un titolo che celebra alla perfezione l’essenza delle 11 canzoni che compongono il disco. 11 brevi racconti che narrano, in un modo o nell’altro, di atti impuri.


ATINPURI - IL DISCO RACCONTATO DA RICKY BIZZARRO

1) Bianco su bianco: Una canzone in cui racconto il paesaggio che mi circonda. Ho cercato di farlo componendo un collage di foto che ho trovato nella mia memoria. Il pezzo apre con la visione di una statale qualsiasi all’imbrunire e la desolazione paesaggistica e umana che la circonda e la percorre. Il resto è un susseguirsi di immagini in bilico tra il bianco e il grigio. Cose che ho realmente visto e sentito. L’armonia è volutamente essenziale, quasi liturgica. Il titolo mi è stato ispirato dall’amico artista- pittore Beppe Mora, che un giorno mi disse, a proposito del suo mestiere: “Bisogna fare attenzione a usare il bianco su bianco, perché porta alla pazzia!”

2) Me ciamo fora: Il primo singolo del disco. Ho iniziato a scrivere questo pezzo subito dopo aver terminato il romanzo di John Steinbeck “Furore”. Mentre lo componevo andai a rivedere anche la riproposizione cinematografica del 1940 diretta John Ford con Henry Fonda nella parte di Tom Joad. Alla fine del film chiusi la canzone. E un brano che tratta di diserzione. Una decisione di abbandono presa lucidamente e con grande cognizione di causa. Da grande fan di Bruce Springsteen, mi piace pensare che sia la mia “The ghost of Tom Joad

3) El miracoeo: Il pezzo che apriva e dava il titolo all’album del 2005, risuonato e riprodotto per “Atinpùri”. Una canzone che si adatta alla perfezione con le altre di questo disco. “Benvenuti nel nord-est…”

4) Luna: Un’ode alla luna, alla notte e al quel tipo di oscurità che a volte sovrasta l’anima

5) Bambola: Unico pezzo cantato in italiano. Volevo scrivere un pezzo che trattasse di odio e invece ho scritto una canzone d’amore…

6) Natisemonatituti: Una filastrocca rock per adulti consenzienti

7) Voodoo baby:Voodoo baby” è tua madre, la tua sposa, la tua coscienza, la tua anima. “Voodoo baby” è spirito oppure carne, a seconda dei bisogni. Durante le registrazioni del pezzo, abbiamo cercato di evocare gli spettri di Muddy Waters, Johnny Winter, degli Zeppelin e degli Stones. Alcuni di loro ci sono venuti a trovare e hanno battuto ben più di un colpo!

8) Bastardi in riga: Questa è una corsa a 300 all’ora tra i platani. Senza badare ai semafori. E’ il rock’n’roll che si libera da una stretta nemica. Uno sberleffo nei confronti di chi cerca inutilmente di fermare ciò che per natura non può essere fermato

9) Foie da vento: Questo è un pezzo in cui ho cercato l’estetica delle parole, la perfezione della metrica, il ritmo delle sillabe. Una di quelle canzoni che probabilmente non sarebbero mai nate se non fosse esistito Bob Dylan. Sono molto affezionato all’immagine dei “nodi sulla corda bianca legata attorno ai fianchi del bambino mentre si appresta a fare la comunione”. Ho come l’impressione di non essere riuscito a scioglierli tutti, quei nodi

10) L’amor che te ga: Un pezzo in cui le gabbie che contengono la forma-canzone si aprono. La musica si espande. Le parole appartengono a una specie di poesia che avevo scritto anni fa, tranne quelle che dicono “Abbassa la testa, così la morte non legge il tuo nome che passa…Abbassa la testa, altrimenti la morte ti ruba l’amore ...” , scritte durante la composizione della musica. Sono queste parole a chiudere il disco. Non ne avrei potute immaginare di migliori. Si tratta di un invito alla riflessione, all’introspezione e alla consapevolezza


RADIOFIERA - LA BAND

I RADIOFIERA sono una rock-band veneta geneticamente e artisticamente legata al territorio, presente da quasi vent’anni nel panorama musicale indipendente italiano con 7 album e centinaia di concerti in tutto il territorio nazionale, Europa e Cuba.

Fin dal loro esordio (1992) i RADIOFIERA si sono caratterizzati grazie a un linguaggio artistico del tutto inedito per quei tempi, formato da un naturalissimo impasto tra musica rock e lingua veneta: un abbinamento del tutto naturale per Ricky Bizzarro, autore di tutte le liriche e della maggior parte delle musiche, che considera primari nella sua vita entrambi gli elementi. “La mia lingua madre e cioè la prima lingua che ho imparato è quella che noi chiamiamo dialetto, così come la prima musica che ha attirato la mia attenzione e stata quella rock. Entrambe le cose sono parti fondamentali della mia persona. Non ho fatto alcuno sforzo nel metterle assieme.” Un mix che da subito ha attirato l’attenzione non solo degli addetti ai lavori, ma anche delle major discografiche, al punto di portarli a firmare nel 1997 un contratto con la multinazionale Sony/Columbia grazie soprattutto al pezzo “Piòva” (Pioggia), canzone che di recente è stata posizionata al 7° posto nella classifica delle 100 canzoni dialettali più belle uscite in Italia negli ultimi vent’anni, da una giuria di addetti ai lavori commissionata dal M.E.I. di Faenza ( Meeting Etichette Indipendenti).

Con “Atinpùri”, per la prima volta nella loro carriera, i RADIOFIERA decidono di inserire in un disco tutti brani cantati in dialetto e di scegliere un produttore esterno al gruppo, in questo caso Giorgio Canali (CCCP, CSI, PGR). Questo per mettere in chiaro, in modo definitivo, la vera identità del gruppo: rock (Giorgio Canali è indubbiamente uno dei più accreditati “signori” del rock in Italia) e dialetto, la lingua madre, potente e carica di ricchezza espressiva, capace di evocare ciò che nessun altro lessico può fare. Il dialetto (veneto n.d.r.) è una lingua che non si scrive, come afferma lo scrittore Luigi Meneghello nel suo libro “Libera nos a Malo”, fatta di puri suoni che evocano immagini e situazioni. E’ solo attraverso la pronuncia che (per i miei compaesani) le cose si materializzano e prendono forme ben definite. “Atinpùri” è quindi puro suono: lessicale e strumentale. Una mescolanza volatile di fonemi e timbri rock densa di visioni e significati.
La colonna sonora che ha accompagnato le vicissitudini della mia generazione è stata perlopiù composta da musica rock cantata in inglese. All’epoca, nonostante ben pochi di noi riuscissero a capire le parole delle canzoni, eravamo tutti mossi da quei ritmi e da quei suoni. Immaginavamo i testi basandoci semplicemente sulla comprensione di una o due parole al massimo. Credo che lo stesso possa valere per le canzoni di “Atinpùri“. Alcuni capiranno le parole altri solo il lessico del rock. Ha sempre funzionato così. E’ successo anche grazie alla non esatta comprensione di quella musica potente e vitale che abbiamo allenato il nostro immaginario…


 

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