lavoro

La visione del lavoro da vicino – Breve dialogo tra me e un “non so”

  • Prima di intraprendere qualsiasi discussione, cosa che non vorrei fare con te perché mi provoca malessere, è necessario chiarire una questione: da queste parti il termine “lavoro” ha sempre avuto un’accezione diversa da quella riportata dai vocabolari.
  • Che cazzo vuol dire? Lavoro significa lavoro. Qui e dappertutto!
  • Cosa non ti è chiaro di quello che ho appena detto?
  • Mi è chiaro tutto. Non essere arrogante e supponente. Ripeto: lavoro significa lavoro.
  • Può essere che io sia arrogante e supponente, come dici tu, ma mi viene naturale, soprattutto quando mi confronto con persone rinchiuse in certe armature cognitive..
  • Armature…cazzo dici?
  • Dico che certe persone, tipo te, tendono a non ascoltare le motivazioni altrui perché convinte di sedere sul fottuto trono della verità assoluta.
  • Ma vai a cagare, va…
  • Ok, dopo ci andrò. Adesso, se provi a mettere il naso fuori dalla tua armatura, proverei a esporti il mio punto di vista sul perché da queste parti il termine lavoro non ha lo stesso significato riportato nei vocabolari.
  • Ok, dimmi…
  • Nei vocabolari, e nello specifico nel Treccani, la definizione della parola “lavoro”, l’ho imparata a memoria proprio grazie ai rompicazzo come te, è la seguente: “l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale”. Mi pare chiaro, no?
  • Ok! E invece “lavoro” da queste parti cosa significherebbe?
  • Da queste parti lavoro vuol dire applicazione delle facoltà fisiche rivolta direttamente alla produzione di schei, di ricchezza, o comunque un prodotto di utilità INDIVIDUALE, e cioè la TUA!, a patto che tale applicazione di facoltà fisiche risulti pesante, faticosa, recintante, problematica…insomma F-A-T-I-C-O-S-A! Un’attività che insieme ai schei crei anche problemi, stress, spossatezza e soprattutto limiti in modo intransigente, proprio perché confinata dentro a rigidi orari, tutte quelle attività necessarie per lo sviluppo dell’individuo. In sintesi: se alla sera, ritornando dalla tua attività quotidiana si scontento, incazzato col mondo, con il tuo datore di lavoro, con tua moglie, i tuoi figli…allora tu sei uno che lavora! Altrimenti sei uno che non fa un cazzo! Da queste parti non esiste la via di mezzo…
  • Ma vai a cagare, va! E soprattutto vai a lavorare!
  • Ecco, vedi? Altra mezz’ora della mia vita buttata al cesso…

La morale di questa fiaba? Non c’è. Nessuna morale, proprio come insegnano i propagatori del termine “lavoro”. Anche se, a pensarci bene, una ce ne sarebbe: “Se proprio go da parlar co dei coioni parlo coi mii, se non altro se capìmo, e soprattutto i me da sempre soddisfasion”.