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HO PIANTO CON PATTI SMITH

Ho visto e ascoltato Patti Smith cantare “ A hard rain’s a-gonna fall” sul telefonino, in piedi, nella mia cucina, mentre preparavo il tè mattutino,

e ho pianto. Non si è trattato di un pianto singhiozzante, convulso, di quelli che aiutano a tenere sotto il livello di guardia i grandi dolori o le gioie immense e inaspettate, ma di qualcosa di inatteso e anche stupefacente, nel senso che mentre mi si bagnavano gli occhi mi sono stupito delle lacrime. Non ho pianto nemmeno al funerale del mio Vecchio ( l’ho fatto molto più tardi…), figurarsi per una che canta la canzone di un altro e che per giunta si ferma dopo una strofa perché l’emozione gli disturba canto e concentrazione. Sta di fatto che il groppone che avevo in gola ci ha messo un attimo ad arrivare alle mie ghiandole lacrimali, titillandole come solo i gropponi che passano per la gola sanno fare.

E’ successo circa tre ore fa, e in questo tempo ho pensato: perché cazzo ho pianto? Cosa mi ha fatto piangere? A che punto quella roba che mi è salita in gola ha deciso di abbandonare gli oscuri abissi in cui le suggestioni attendono la loro chiamata?

Da poco sono giunto a una conclusione e per questo scrivo. Sono state le immagini del pubblico presente a Stoccolma a smuovere quella roba lì: uomini e donne impacchettati in rigidi abiti da cerimonia, alte uniformi e il palco con il Re e la Regina di Svezia, che seguivano attenti – alcuni vistosamente commossi, altri sussurranti le parole della canzone – la toccante perfomance della Smith.

Un pubblico che mi pareva quello del ballo in cui Cenerentola perse la sua scarpetta. Gente che non c’entrava nulla, almeno nella mia testa, con l’immaginario che gravita attorno a Dylan e a tutta la musica che seguo fin da ragazzo. Quello che voglio dire è che nella mia vita ho associato la musica e le parole di quella canzone a molti pensieri, visioni, sogni, immagini, ma mai a un’ audience di un antica Corte europea. Eppure, in quella melodia, in quelle parole, in quella canzone – parola questa che erroneamente, almeno fino a oggi, nella sua estetica “valeva” molto meno di “poesia” – in quella contenuta visione e in quel suono sottile che il mio vecchio IPhone trasmetteva, ho percepito la grandezza assoluta di quel componimento e ne ho compreso, forse, l’importanza.

Ho visto e sentito un intero mondo elevarsi etereo sopra quelle teste incoronate, per poi avvolgerle in un abbraccio realmente umano. Ecco il punto: quelle note e quelle parole, sguinzagliate lì, in quel luogo e in mezzo a quella gente, mi hanno suggerito che l’umanità potrebbe essere per davvero un’avventura possibile. Per questo ho pianto.

Ricky Bizzarro