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HANNO DATO IL NOBEL A BOB DYLAN

Hanno dato il Premio Nobel a Bob Dylan. Meglio tardi che mai.
A raccontare Dylan cantante, musicista, scrittore di canzoni, ci hanno provato in molti, con risultati più o meno buoni. Per quanto mi riguarda è come tentare di spiegare a un bambino che pratica il catechismo il Mistero della Trinità o cosa sia lo Spirito Santo: non si può raccontare qualcosa che non si è compreso fino in fondo.
In Dylan è racchiusa, proprio come in tutte le altre grandissime espressioni umane, quella meraviglia oscura, misteriosa, insondabile, che spinge altri – quelli che ne percepiscono lo splendore – a cercare altra meraviglia, garantendo alla nostra razza, – nonostante la nostra razza – un processo evolutivo perpetuo.
Mettersi a “studiare” Bob Dylan è come sedersi ai bordi di una botola buia, con le gambe a penzoloni nel vuoto e guardarci dentro, immaginando di vedere o sentire qualcosa.
Il folk, il blues, il rock, i poeti di tutti i secoli, i letterati, gli inventori, le leggende, il Libro dei Libri e infine Dio, quello che non esiste, se non dentro la meraviglia che gli uomini cercano.
Dylan è quello che ascolti alla radio mentre sei in coda al semaforo e anche quello che compare nella pubblicità di Victoria Secret; è il ragazzo con i capelli arruffati e la voce che pur sembrandoti sbilenca ha l’intonazione di un diapason; è il segnale che ti compare nella nebbia avvisandoti che sei a pochi metri dal precipizio, o quello che in un giorno di sole ti indica come unica via percorribile la strada più pericolosa.
Quando nel ’66, alla Free Trade Hall di Manchester, un fan incattivito per la sua svolta elettrica gli gridò dalla galleria ( al termine di Ballad of a Thin man) “Giuda”, lui gli rispose “Non ti credo, sei un bugiardo”, Dylan ammise, a suo modo, di essere consapevole del fatto che l’esistenza degli uomini si regge perlopiù sulle menzogne che ognuno racconta a se stesso. Poi, girandosi verso la band disse loro “Play it fuckin loud”, infischiandosene delle proteste, anzi, alzando e inspessendo ancora di più quell’ invisibile barriera che si tende tra l’artista e il pubblico. Certi uomini sono fatti così: tirano dritto, nonostante tutto, nonostante i cartelli che ti avvisano che stai andando in una direzione sbagliata. Del resto, tutti i cartelli sono fatti dagli uomini e gli uomini, è cosa nota, per riuscire a campare mentono. Dylan compreso. Con la differenza però che lui, dal fondo buio della botola, non ha mai smesso di avvisarci che si tratta di una grande menzogna. Una grande e meravigliosa bugia.